Report e il dossier dell’Oms sparito, la replica dello staff di Speranza: “Non è un documento ufficiale, mai trasmesso al ministero”

La vicenda è riesplosa dopo che ieri è stato rivelato il contenuto di alcune email scambiate tra il direttore aggiunto dell'Oms Ranieri Guerra e il coordinatore dei ricercatori Francesco Zambon. "Uno degli atout di Speranza - scriveva Guerra - è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole figlia (si suppone intendesse 'foglia', ndr) di fico per certe decisioni impopolari e criticate". Ilfatto.it ha contattato senza successo il ministro per dei chiarimenti. Ecco invece le risposte inviate alla trasmissione

A 24 ore dalla messa in onda su Rai3 del servizio di Report “La consapevole foglia di fico” – di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella – sul dossier dell’Oms (leggilo qui sotto) riguardante la risposta dell’Italia al coronavirus pubblicato e poi tolto dal sito nel maggio scorso, continuano a fare discutere i contenuti delle email tra il direttore aggiunto dell’Oms, Ranieri Guerra, e il coordinatore dei ricercatori Francesco Zambon. “Non fatemi...
la provenienza: Il Fatto Quotidiano

2020-12-01 20:07
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Oggi 16:16 Ho barattato il mio corpo con la vita. Ma i nazisti non mantengono le promesse Scrittrice, sag­gista e docente di lettere, Marilù Oliva torna in libreria con un romanzo che affonda la penna tra le umane lacerazioni, una tragedia vecchia di decenni che pure sembra non volersi estinguere: è cominciata nel Sonderbau, il bordello del cam­po di concentramento di Buchenwald. L'autrice ha donato questo racconto inedito ai lettori di “A parole nostre” di Marilù Oliva | 20 Gennaio 2021 Per quante generazioni dura il male? “Biancaneve nel Novecento” è un romanzo duro e poetico che percorre tutto il secolo e racconta, attraverso gli occhi di due donne, i segreti nascosti delle famiglie, il corpo femminile e la violenza a cui è da sempre sottoposto. Tra tutte, il bordello del campo di concentramento di Buchenwald, una realtà tra le meno trattate nell’ampia letteratura sulla Seconda guerra mondiale. L’autrice, Marilù Oliva, ha scritto per noi questo racconto. Mi avevano promesso che dopo sei mesi sarei stata libera. Per questo ho scelto di trasferirmi al Sonderbau, il bordello di Buchenwald. Dentro all’inferno del lager di Buchenwald esisteva un altro inferno, più piccolo e riservato, progettato ad hoc da Himmler per aumentare la produttività dei prigionieri. Abitato da donne che sarebbero state usate come manichini vuoti e visitato da uomini che ne avrebbero approfittato. Nessuno mi ha costretta ad andarci, almeno con la forza. Prima del bordello, come tutti i condannati, noi ragazze vivevamo in un girone dove i giorni si succedevano replicati, sbalorditivi soltanto per la tipologia di nuovi supplizi. Sveglia alle 4.30, ci alzavamo stanche e infreddolite ma dovevamo scattare, pronte ad affrontare fino a quindici ore di lavoro. Lesinavano l’acqua, spesso bloccata nelle tubature ghiacciate, pane per colazione e poi l’appello alle 5.30. In quel frangente noi lo sapevamo: succedeva sempre qualcosa di terribile. Qualcuno ci rimetteva la pelle o veniva selvaggiamente malmenato. Quindi cominciava la catabasi, la discesa verso fatiche disumane, percosse, umiliazioni. La fame ci attanagliava in una maniera che non sarebbe possibile descrivere. Era compagna costante, una mano che rovistava in continuazione nello stomaco e si allungava persino nei sogni. Non era raro, di notte, sentire i movimenti delle mascelle delle altre detenute, che sognavano di masticare. E il freddo… il freddo mi si è sedimentato nelle ossa fino ad oggi, come un rivestimento di acciaio. Così quando la mia kapò Gretel – donna potentissima, che nessuna avrebbe mai dovuto inimicarsi – mi convocò e mi chiese se volessi cambiare vita, io valutai la proposta. Pareva che il Sonderbau aspettasse solo me. Lei che era solita sorprenderci all’improvviso con manrovesci da capogiro, quella volta mi parlò con tono gentile, come se volesse ingraziarsi la mia fiducia: “Sarà per sei mesi soltanto, poi potrai andartene”. “Verrò liberata?” “Dopo sarai libera come il vento. E se fai la brava, magari ti daranno anche qualche soldino per il viaggio”. “Sei mesi sono tanti…”, temetti che in quelle settimane avrei fatto in tempo a morire innumerevoli volte. “Sei mesi volano, non te ne accorgerai nemmeno. Avrai il tuo letto. Un posto caldo dove vivere. Cibo garantito. Sigarette. E anche alcool a volontà”. L’alcool, lo scoprii subito, serviva per stordire la nostra coscienza. Per far sì che non ci accorgessimo che stavamo lentamente marcendo. Per condurci altrove, distaccandoci dal nostro corpo, ridotto a esclusivo oggetto di godimento. Per non farci sentire la vergogna, abbigliate in quel modo indecente, con reggiseno e gonna corta, scarpe coi tacchi appartenute a chissà quale detenuta spogliata. Per far sì che non ci accorgessimo che quell’esistenza ci abbruttiva. Anche se ci era permesso farci crescere i capelli, lo squallore ci copriva di un velo di tristezza e l’alcool alla lunga ci gonfiava. Stavamo sopravvivendo senza accorgerci che era un lento sprofondare verso l’abisso. Per questo l’alcool divenne il nostro ossigeno. Alcool per dimenticare il volto ossuto dei clienti che si davano il cambio ogni 15 minuti. Alcool per perdere il conto delle ore e per assopirci, di notte, seppur in sonni interrotti. Altrimenti non avremmo chiuso occhio. Perché lì dentro, anche se non ci mancava riparo e cibo, il male veniva depositato e amplificato. Per difendermi, io avevo ideato il mio calendario, scrivendo su un foglio rubato i mesi che sarebbe durata quella tortura. Ogni mattina estraevo il mio promemoria da sotto il materasso e mettevo una x sul giorno corrispondente. Mi ripetevo che la meta era sempre più vicina, dovevo resistere. I detenuti che spendevano il loro buono con noi prima ci usavano velocemente, poi ci raccontavano le loro disgrazie, i maltrattamenti ricevuti, i cari persi. Gli ultimi minuti, invece, li utilizzavano per sbatterci in faccia il loro disprezzo, offendendoci con gli insulti più biechi. Ci odiavano di un odio profondo e invidioso, ci ritenevano delle privilegiate. “Perché lo fai?”, mi chiese una volta un austriaco, cui i cani dei tedeschi avevano strappato a morsi un pezzo di guancia e la punta del naso. Cosa avrei potuto rispondergli, mentre si stava rivestendo? Lo faccio perché non avevo molte altre alternative? Perché vedevo le mie compagne di blocco morire di deprivazioni, stenti e botte, un giorno dopo l’altro? E tu perché mi fai questa domanda così ridondante di un giudizio morale? Risposi solo: “Perché tra quattro mesi sarò libera”. Lui scoppiò in una risata. Allora recuperai il mio calendario e glielo mostrai. Era la mia prova. L’austriaco non perse il sorriso dal suo volto deturpato: “Hai bevuto la loro storiella, eh? Quante ne hai viste liberate?”. “Ti ho detto che mancano solo quattro mesi, vedi? Ho già cancellato i primi due”, dissi strozzando il pianto in gola. “Senti, bella, io lavoro ai forni crematori. Ne sono arrivate altre, di tue compagne, che lavoravano qui. Prima vi strizzano quanto possono, poi, quando non servite più, vi mandano all’infermeria, per usarvi nei loro esperimenti. E l’ultimo passaggio è da noi”. Ripensai a quando Gretel mi aveva convinta. Ero così ingenua e non mi aveva sfiorato il sospetto della menzogna né che avrebbe guadagnato qualcosa da un mio sì. Come avevo potuto farmi imbrogliare tanto stupidamente? Anche se a casa non avevo mai conosciuto il mondo, nel campo di concentramento avevo capito subito che nessuno deve fidarsi mai di nessuno. Continuai tuttavia a cancellare i giorni. Completai il calendario e nulla cambiò. Ma quando, undici mesi dopo, gli angloamericani ci liberarono, volli portare con me quel foglio stropicciato a cui mi ero aggrappata disperatamente. Perché, se ero riuscita a sopravvivere tra quelle brutture, era stato per il barlume di speranza che mi aveva cullata tra quei giorni cancellati. Articolo Precedente Quando Il vaccino tocca la religione Articolo Successivo Next Generation Ue e la sfida della Vision Zero per la mobilità delle città Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. 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Oggi 16:16 A scuola s’insegnano gli stereotipi sessisti? L’autrice del sussidiario delle polemiche si difende Tina Palatella ha curato, insieme con la collega Adele De Paolis, il volume di educazione civica per bambini di prima elementare che ha scatenato una bufera sui social. In una pagina ci sono mamma, papà e figli e un elenco di attività domestiche: “Non è un esercizio – spiega –, ogni alunno indica il proprio vissuto. Poi sta alla maestra spiegare l'assenza di ruoli di genere" di Silvia D’Onghia | 20 Gennaio 2021 “Fare le pulizie”, “Ubbidire”, “Andare al lavoro”, “Cucinare”, “Fare la spesa”, “Non fare i capricci”, “Tenere in ordine i giocattoli”. Qual è il compito di ciascuno all’interno di una famiglia? La madre, il padre, i figli? “Personalmente al massimo ritiro i panni e carico la lavastoviglie. Mio marito cucina e, se qualcuno ha bisogno di una camicia stirata, se la stira”. Tina Palatella è una donna che a un certo punto della sua vita ha preso baracca e burattini (quindi l’intero nucleo familiare) e si è trasferita lasciando la sua città di origine. Docente di scuola primaria, prima collaboratrice di dirigenti scolastici per numerosi anni, oggi tutor organizzatrice universitaria. Una vita dedicata all’insegnamento e alla ricerca. È per questo che non si spiega come possa essere stata fraintesa la pagina 11 del libro “Bravi cittadini si diventa – 1” (edito da La Nave dei Sogni, una piccola ma molto impegnata casa editrice trevigiana che, a differenza di altre, ha destinato all’educazione civica un volume per ogni anno di scuola primaria). Il volumetto è stato realizzato in collaborazione con la collega Adele De Paolis che ha un percorso professionale simile. Dodici “compiti” domestici da collegare ai tre componenti familiari. Sui social è scoppiato un putiferio, quella pagina è stata accostata ad altre del passato che contenevano frasi del tipo “La mamma stira, papà legge il giornale”. E giù accuse di maschilismo, di reiterazione di stereotipi, giù strali di genere. Ma in certi casi i giudizi risultano affrettati. “A parole nostre”, allora, abbiamo voluto vederci chiaro. Dottoressa Palatella, i cinque volumi sono stati pubblicati dalla casa editrice appena è stato introdotto nella scuola primaria l’insegnamento dell’educazione civica (agosto 2019). Come mai le polemiche sono scoppiate solo adesso? I volumetti sono stati acquistati sul sito della casa editrice da qualche centinaio di docenti già dai primi di ottobre e anche i nostri rappresentanti in quasi tutte le regioni di Italia riferiscono un più che buon successo di vendite. Credo che il domino di reazioni sia scaturito da chi, trovandosi il libro tra le mani, ha condiviso sul web impressioni secondo la propria prospettiva e interpretazione. Per carità, ognuno è libero di pensare come vuole; a tal proposito segnalo che non tutte le reazioni sono negative, tutt’altro. Ad ogni modo, credo che all’origine ci sia un grande malinteso. Quale? Che non si tratta di un esercizio, perché un esercizio prevede delle risposte corrette. Per questi volumetti non è stata nemmeno scritta la guida per gli insegnanti nella quale di solito sono indicate le soluzioni. Abbiamo preparato solamente una guida con il curricolo verticale della disciplina. Ciascun volume è aperto al libero utilizzo da parte dei docenti. Se non è un esercizio, cos’è? La pagina è uno spunto di riflessione, un’occasione didattica per far esprimere liberamente tutti in base al proprio vissuto. La finalità è quella di far emergere, attraverso il confronto, la consapevolezza della presenza nella società di una pluralità di modelli organizzativi familiari, tutti ugualmente validi. Il concetto è che, indipendentemente dai modelli che emergono durante l’attività, ogni componente del nucleo dà il proprio contributo, in base a ciò che sa e può fare, e questo si discosta assolutamente dallo stereotipo dei “ruoli predefiniti”. Come dovrebbe funzionare, dunque? Si propone l’attività ai bambini, i quali collegano le figure alle frasi in base al proprio vissuto: se Maria dirà che il suo papà lava i piatti e il compagno di banco se ne stupirà, si affronterà il tema della genitorialità e della ripartizione dei ruoli, o funzioni che dir si voglia, in casa. In fondo, la pagina riporta solo alcune delle tante attività che vengono svolte quotidianamente tra le mura domestiche, lasciando così spazi aperti di espressione e confronto. Non in tutte le famiglie, per fortuna, è la sola mamma a stirare. Esatto! Come dicevo, oggi esiste una pluralità di modelli familiari che non sto qui a elencare, il cui riconoscimento è una conquista di civiltà. Ma in questo modo la comunicazione a proposito dei modelli familiari è demandata ai singoli insegnanti. Chi è specialista sa come utilizzare quella pagina. Non a caso prima di queste polemiche avevamo ricevuto molti apprezzamenti e nessuno ha letto tra le righe ideologie di parte. Ribadiamo: niente donna condannata ai lavori di cura, vero? Mi ascolti, lei sta parlando con una donna che lavora da quando aveva 19 anni e che non lava i piatti (è mio marito che lo fa). Quando ho preparato quella pagina con la mia collega, abbiamo pensato ai collegamenti che avrebbero fatto i nostri figli. In casa nostra i ruoli sono interscambiabili, siamo tutti molto flessibili: chi si trova a cucinare, cucina; chi può spolverare, spolvera. Si collabora per e in armonia. Non solo sono fermamente convinta di ciò che le sto dicendo, ma è la mia vita che lo testimonia. Le polemiche hanno riguardato anche parole dure, come “proibire” e “ubbidire”. Sono termini che nella mia professione ho sentito ripetere dai genitori di tutti i tempi e sono patrimonio lessicale utilizzato quotidianamente dalle bambine e dai bambini. In un’altra mia pubblicazione ho acceso una luce sui diritti violati delle bambine e dei bambini. Quindi nessuna marcia indietro? Con l’altra autrice ci siamo messe subito in discussione pensando che forse avremmo potuto strutturare la pagina in maniera diversa, ma invece no, riteniamo non sia da correggere. Così com’è, la pagina lascia ampia libertà di utilizzo, di espressione e di espansione nelle molteplici direzioni in cui, come già detto precedentemente, si presentano i vissuti personali. Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. 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